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Social network Saverio Magistri

Nocturne
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social network with black hole
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self-portrait
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VERNISSAGE VENERDì 30 APRILE | DALLE ORE 18

Se è vero che, a conti fatti, l’intento più stringente della Pop Art è stato quello di mettere in guardia il suo pubblico circa le insidie della società dei consumi, prima fra tutte, il rischio per il singolo di essere progressivamente sospinto verso la condizione di “uomo massa”, è altrettanto vero che a determinare il suo travolgente successo è stata, in gran parte, una istanza in qualche modo opposta: lo sdoganamento estetico delle immagini dei media, o più in generale di tutti quei segni che presiedevano alla comunicazione allargata nella nuova realtà metropolitana impostasi con il secondo dopoguerra. Questo sdoganamento vissuto un po’ da tutti in un clima liberatorio di festosa partecipazione epocale, non è consistito soltanto nel prelevare e manipolare senza più inibizioni i segni propri della suddetta realtà (cartelli stradali, fumetto, marchi pubblicitari, icone degli attori di Hollywood) ma anche e soprattutto nel constatare come simili significanti ipercodificati e apparentemente bloccati fossero invece capaci di inaugurare nuove, inattese, proiezioni di senso in virtù di spostamenti e trasformazioni in fin dei conti elementari e controllabili.

Tale esaltante esperienza che fece sentire il fruitore vicino all’ artista come forse non era mai accaduto prima aveva però un prezzo, quello della spersonalizzazione, della rinuncia da parte dell’ individuo ad ancorare le proprie esperienze ad una qualche forma di resistenza esistenziale anche se non più a quella primordialità a cui si erano rivolti i pittori dell’Action Painting e dell’Informale nel tentativo di sbloccare il problema dell’incomunicabilità. Lo stesso genere di stereotipi segnici ha attratto sin dai suoi esordi la ricerca di Saverio Magistri in maniera in qualche modo parallela a quella dei pop artisti, ma con due significative differenze di fondo legate sia ai tempi che ai luoghi in cui egli si è trovato, e si trova, ad operare. La prima riguarda la nozione di mass-media incredibilmente ampliatasi rispetto a quella ascrivibile agli anni ‘60.

Va da sé infatti, che oggi, con l’avvento del computer, del web, dei siti interattivi, e più in generale dello spazio-tempo virtuale non avrebbe quasi più senso pensare alla dimensione urbana come principale riferimento unificante per gli stereotipi segnici in questione i quali, peraltro, sono divenuti oramai infinitamente più presenti e invadenti, spostando la loro base di irradiamento da realtà monumentali come quella dei “bill board” o delle insegne pubblicitarie a postazioni assai più interiorizzate e pervasive intimamente collegate ad un attraversamento attivo, anche se condizionato, del quotidiano.

La seconda differenza riguarda invece il rapporto del nostro artista con l’irripetibilità del soggetto inteso come motore del linguaggio artistico. Magistri è sì essenzialmente un figlio del nuovo secolo, quindi aperto per definizione a tutte quelle componenti dell’opera che valgono a marcare una consapevolezza ormai acquisita e saldamente introiettata della perdita di sostanza della realtà, ma è anche un pittore formatosi nell’area romana in cui grazie ad esperienze come quella della scuola di San Lorenzo si è venuto a delineare un diverso atteggiamento nei confronti del problema della soggettività dell’ autore, un atteggiamento che pur riconoscendo la sostanziale ingenuità di una separazione netta tra testo ed estensore del mdesimo, vede nell’ascolto e nello scavo dei meccanismi interni del linguaggio un principio di salvaguardia della dimensione esperenziale intesa come luogo in cui è ancora possibile sorprendersi e sorprendere.

Sviluppandosi entro queste coordinate, il lavoro del nostro artista è venuto col tempo a definire una serie di cicli aperti spesso ripresi e interpolati tra di loro, cicli la cui area di pertinenza è segmalata dal ricorrere di alcuni termini chiave nella titolazione dell’opera. Nei “landscape” l’attenzione alla regola che consente di scrutare le potenzialità del linguaggio, si manifesta attraverso il forte vincolo geometrico cui è sottoposta l’immagine. Alberi, case, strade ed altri elementi sono inscritti entro una serrata griglia di perpendicolari che favorisce la loro stilizzazione secondo modalità che ricordano i limiti dei primi sistemi di grafica computerizzata. Ciò non impedisce tuttavia alla raffinatezza delle scelte cromatiche, in linea con la migliore tradizione italiana, di contrapporsi insidiosamente a tanta voluta elementarità peraltro corroborata da una certa tendenza a trasformare l’opera in oggetto grazie alla scatolarità delle superfici e alla conseguente evocazione dell’idea di giocattolo o di oggetto d’arredo.

Già in questo ciclo inoltre cominciano ad apparire sia pure dissimulati quei particolari stereotipi iconici che sono poi divenuti una sorta di cifra stilistica del nostro autore. Intendo riferirmi alla sagoma dell’omino in transito (ricavata dalle segnalazioni delle uscite presenti un po’ dovunque in locali e mezzi pubblici) e ai suoi ironici, nonché sorprendentemente duttili, timbri desunti anch’ essi da immagini standard o loghi pubblicitari (il cervo, l’aereoplano, il puma…). L’omino in transito introdotto in una delle opere degli esosordi come soggetto che attraversa fuggendo un allarmante panorama di grafici economici, diviene esso stesso vincolo strutturale nella serie dei “social-network, dove grazie all’invenzione di pattern di matrice decorativa sembra volerci allertare circa l’intrinseca contraddittorietà di esperienze virtuali come facebook ed altre consimili, ribaltando l’apparente incremento di chances relazionali che queste ci offrono in una sorta di imprigionamento o intruppamento ritualizzato improvvisamente percepibile laddove ci si avvalga di uno sguardo più distanziato.

Se all’espediente del pattern di omini simmetrizzati in figure rotatorie allegre e raggelanti ad un tempo si aggiungiamo quello dell’uso dei timbri come mezzo per ottenere variazioni cromatiche perfettamente adeguate ad un intento mimetico che si contraddice da sé, eccoci in possesso di due chiavi per introdurci a tutta una serie di nuovi lavori che negli ultimi tempi vanno inseguendosi e alternandosi secondo una combinatoria sorprendentemente produttiva e sempre più ricca di rimandi sapientemente paradossali. Tali ci appaiono sia le tele in cui su uno sfondo di timbri ed omini si stagliano a mo’ buchi neri autentiche sagome umane sia quelle in cui da un consimile sfondo riemergomo, come superstiti che forse si salveranno, i ritratti a tutto tondo dell’artista e della sua compagna.

Non meno ricche di paradossi e suggestioni sono infine le nuove serie di rarefatti paesaggi notturni che giungono ad un inatteso risultato di limpida intensità formale in “Island “ un dipimto che sembrerebbe voler stabilire d’autorità un nuovo filone creativo su cui concentrarci e far riposare un po’ la nostra tensione interpretativa. Sembrerebbe se non fosse per un’ulteriore sorpresa una serie di sculture policrome che ci si prospetta tanto più interessante in quanto si riallaccia ad evidenza all’iniziale discorso dei “landscape”. Un salto nelle tre dimensioni che attendo di poter apprezzare a pieno insieme al pubblico il giorno dell’inaugurazione della mostra. Paolo Balmas

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