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Palazzo Cerere, un pianeta in evoluzione

Paolo Assenza  Dialogo a tre
Paolo Assenza Dialogo a tre
Assenza, Magistri
Assenza, Magistri
Ceccobelli
Ceccobelli
Magistri, Assenza
Magistri, Assenza
Magistri Black Hole
Magistri Black Hole
Dessì, Pizzi Cannella
Dessì, Pizzi Cannella
Gianni Dessì scatola blu
Gianni Dessì scatola blu
Pizzi Cannella
Pizzi Cannella
Con i piedi per terra
Con i piedi per terra
Assenza, Gates
Assenza, Gates
Assenza, Magistri
Assenza, Magistri
gallery
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Ceccobelli, Dessì
Ceccobelli, Dessì
Ceccobelli Sentiero di foglia
Ceccobelli Sentiero di foglia
Ceccobelli, Sarete Vicini
Ceccobelli, Sarete Vicini
Magistri, Black Hole
Magistri, Black Hole
Magistri Girl with Piercing
Magistri Girl with Piercing
Piero Pizzi Cannella
Piero Pizzi Cannella
Dessì, Scatola blu
Dessì, Scatola blu
Dessì, Scatola blu
Dessì, Scatola blu
Dessì, Scatola blu
Dessì, Scatola blu
Assenza, Dialogo a tre
Assenza, Dialogo a tre
Assenza, Gates
Assenza, Gates
Magistri, Black Hole
Magistri, Black Hole
Magistri, Landscape
Magistri, Landscape
Magistri, Landscape
Magistri, Landscape
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                                  Palazzo Cerere,
                      un pianeta in evoluzione

 

                                    dal 11 marzo / 15 Aprile 2010

L’emergere, a Roma, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, si inquadra in un momento di trapasso epocale che ha visto gruppi di giovani artisti di ogni parte del mondo cercare una strada per uscire dalle secche in cui si erano arenate le Neoavanguardie del decennio precedente senza tuttavia rinunciare alla più importante conquista di queste ultime: un alto livello di consapevolezza metalinguistica capace di ribaltarsi, in vario modo, in una più diretta partecipazione del fruitore.

In cosa consistessero le “secche” di cui sopra è presto detto: smaterializzazione dell’opera e spersonalizzazione dell’autore si erano rivelate un prezzo troppo alto da pagare per sentirsi in sintonia con un’idea di progresso in cui si mescolavano aspirazioni etico-politiche e certezze teoriche che gli eventi del tempo andavano sconfessando giorno dopo giorno, il tutto mentre il desiderio di partecipare con il proprio lavoro ad una sensibilità collettiva ormai mutata si faceva via via più pressante.

In linea generale la soluzione a cui si giunse è oramai un dato acquisito e può essere ricondotta ad almeno tre punti chiave:

a) recupero di un rapporto con la storia dell’arte non più considerata come un succedersi di conquiste teoriche, ma come un corpo vivo di segni e giochi di linguaggio;

b) rinuncia al ruolo di delegato sociale autoincaricatosi di rieducare il proprio pubblico e sua sostituzione con la semplice nozione di personalità umana tesa a costruire percorsi emotivi e conoscitivi più coinvolgenti e palpabili;

  1. rifiuto di ogni forma di linguaggio rigido con aspirazioni alla

totalizzazione comunque giustificate e correlativa apertura liberatoria ad ogni tipo di modalità espressiva senza riserve sulla sua origine.

L’originalità del contributo della Scuola di San Lorenzo al quadro d’insieme qui delineato può essere verificata in relazione a ciascuno dei punti elencati. Per quanto riguarda il primo essa consiste nel non aver mai imboccato la strada di una facile spettacolarizzazione della citazione ma, semmai, di essersi sempre attenuta ad una sorta di riscoperta di volta in volta reiterata della sua possibilità; rispetto al secondo punto può invece essere individuata nell’aver sempre riconosciuto al soggetto artista una sua specificità in qualche modo atemporale, una vocazione all’indagine di ciò che è altro dal quotidiano prima ancora di essere investito da appellativi come enigmatico, magico o addirittura sacro, infine, per ciò che concerne il terzo, nel non essersi mai affidata al puro riuso di spezzoni di linguaggio o significanti precostituiti, ma di aver semmai tendenzialmente preferito ogni volta concentrarsi sull’osservazione dell’instaurarsi stesso della semiosi opponendo spesso alle seduzioni della pura e semplice abolizione della sintassi l’ideale regolativo di una sintassi ad hoc per ogni opera.

Con la mostra “Palazzo Cerere”, il cui titolo sembra quasi voler evocare un potere diverso e più antico di quello effimero e scoperto della politica, la galleria Endemica, prova oggi, a circa trent’anni di distanza dallo storico concentrarsi in un medesimo luogo di personalità creative come quelle di Domenico Bianchi, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella e Marco Tirelli, ad indagare gli effetti del clima culturale da essi creato sulle successive generazioni di artisti romani. L’indagine è limitata a soli tre nomi: Paolo Assenza, Saverio Magistri e Nicolaj Pennestri, mentre le opere dei maestri più anziani con cui viene istituito un confronto sono state scelte tra i pezzi storici dei soli Ceccobelli, Dessì, Tirelli e Pizzi Cannella, ma l’esperimento appare più che mai intrigante.

Intrigante innanzitutto in relazione ad una prima osservazione: pur affrontando ad evidenza temi attuali come la dispersione della personalità individuale nell’universo della comunicazione allargata, la perdita di sostanza della realtà accelerata e incrementata dall’invadenza dei nuovi media e gli effetti della globalizzazione sulla nostra percezione del presente storico, nessuno dei tre artisti più giovani indulge a forme di impaginazione di ascendenza neoconcettuale ovvero continua a prediligere l’unitarietà dell’immagine, la salvaguardia della sua irripetibilità e del suo carattere.

Venendo poi ad un’analisi più ravvicinata delle singole poetiche non può sfuggire come Assenza lavori su di una scansione dell’elemento luminoso che pur mimando il paradigma scientifico in realtà gli serve per recuperare frammenti di oggetti, ambienti e comportamenti che possono essere ricondotti ad una sorta di affondo nell’intransitività della condizione metropolitana forse alla ricerca di un varco in direzione della capacità di stupire e stupirsi. In maniera analoga Magistri pur muovendo da una sorta di riduzione ai minimi termini della figura umana e delle sue capacità e attribuzioni trova il modo di ricomporre simbolicamente la testimonianza di un disagio oramai neppure più esistenziale e di restituirgli dignità attraverso la dignità stessa dell’arte intesa come linguaggio autonomo ed autosufficiente. Pennestri, infine, dimostra anch’egli di aver saputo introiettare e rielaborare la lezione della Nuova Scuola Romana in forza della sua capacità di non cedere alle tentazioni compositive, classificatorie e di genere che le sue stesse riprese fotografiche suggeriscono ad usura, ma di rimanere fermo emozionalmente dinnanzi all’immagine finché, come al termine di un duello tra due diverse forme di immobilità, essa non abbia distillato tutto il suo potenziale di significazione, tutto , il mistero contenuto nel suo puro e semplice esistere.

Paolo Balmas

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Endemica


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