SABRINA
ORTOLANI
CONCRETE
Testi di Paolo Balmas
VEN
15 GENNAIO 2010 ORE 18
Quando
ci capita di osservare qualcuno dei tanti manufatti a tecnologia
rigida che tuttora fanno da sfondo alla nostra esistenza, non secondo
la logica con cui è stato realizzato, ma in
un’ottica puramente
formale, quasi fosse un’ immagine d’arte che
chiede solo di
essere giudicata per la sua valenza estetica, i riferimenti che
possono imporsi alla nostra attenzione sono essenzialmente due: la
decorazione diffusa e la libera composizione di parti separate. Due
riferimenti che ovviamente fanno capo a due diversi tipi di
organizzazione percettiva: il pattern regolare in cui l’elemento
iterato tende a sottomettersi all’insieme producendo un’effetto
“texture” anche laddove si accampi saldamente nella terza
dimensione, e il bilanciamento empirico tra volumi dotati ciascuno
di un proprio carattere ma disposti a trovare un punto d’incontro
nella comune relazione con lo spazio destinato a contenerli.
Nel
primo caso siamo portati a trascurare il godimento estetico che
potremmo ricavare dalla nostra operazione, in quanto troppo banale,
troppo vicino al semplice piacere, quasi fisico, della ripetizione,
nel secondo, invece, può accaderci facilmente di provare
meraviglia per come considerazioni meramente funzionali siano state
capaci di portare ad una pregnanza di risultati plastici che anche
il più scaltro degli scultori avrebbe stentato a raggiungere.
Non
so se tutto questo accada perché dinnanzi al tipo di oggetti presi
in considerazione sia ancora la cultura del Moderno a prevalere,
confermandoci tutti figli di Adolf Loos e Le Corbusier, sono però
certo, e il lavoro di Sabrina Ortolani me ne da la più convincente
conferma, che basti poco per uscire dalla partita a senso unico
appena descritta senza dover ricorrere a troppo sofisticate
argomentazioni di matrice postmoderna. Basta poco, basta rifare
l’esperimento affidandosi non alla logica del disegno inteso come
anodino atto mentale ma a quella della pittura intesa come disciplina
autonoma e consapevole dei propri mezzi.
Deve
trattarsi naturalmente di una pittura che non forzi la mano, che non
ci imponga un sentire già orientato, ma ci faccia scoprire ciò che
l’artista ha scoperto rifacendo in proprio il suo percorso.
Sabrina Ortolani, sa bene che la pittura è essenzialmente selezione,
selezione di piani di luce, di toni, di linee, di accordi, di
contrasti e via dicendo e sa anche, di conseguenza, che
l’oggettività in pittura non potrà mai essere raggiunta, ma solo
suggerita, evocata, corteggiata. Sa, infine, che se corteggiato
questo ideale improprio ricambia il suo corteggiatore con i doni più
belli, doni tra i quali il più prezioso di tutti è la condivisione,
la complicità con chi guarda.
Certamente
una pittura capace di farci vedere in modo diverso, soggetti che di
regola vengono considerati impoetici per il gradiente tecnologico che
li abita e li sostiene, senza caricarli di valenze espressionistiche
o surreali, ma insistendo su una distillazione di caratteri
distintivi il cui equilibrio corteggia appunto la pulsione
all’oggettività è stata già tentata più volte, basti pensare al
“Precisionismo” di Charles Sheeler, ai ritratti di macchinari di
Konrad Klaphek, o a certi sfondi urbani di Titina Maselli, ma ogni
volta ci ha poi rivelato un tipo di tensione diversa legato ai tempi
e alla cultura dell’autore, ragion per cui converrà subito
chiedersi qual’è il tipo di cultura della Ortolani e quale la
visione dell’attuale contesto storico che a lei interessa mettere a
fuoco.
Rispondiamo
partendo dalla sua scoperta più interessante: affidandosi alla
tutela non solo della pittura che corteggia l’oggettività senza
idolatrarla, ma anche della grande tradizione astratto costruttiva
del XX secolo, è possibile annullare la polarità
decorazione-composizione da cui abbiamo preso le mosse e
conquistarsi una nuova fermezza d’immagine immune dalla corrosione
del piacere o del dispiacere, della frustrazione e dell’angoscia.
Comincia ad apparire così sotto i nostri occhi una realtà urbana
liberata dalla retorica della decadenza e ricondotta alla scommessa
della transizione, una realtà in cui una bella architettura resta
tale anche in pittura, uno strumento di lavoro mantiene la sua
sobrietà e dignità anche sul piano della plasticità, una grande
struttura ingegneristica non è un mostro sopravvissuto a se stesso,
ma solo un’organismo non più adeguato al suo ambiente, un rifiuto
non è proliferazione incontrollata, ma forma ricombinabile che può
confortare simbolicamente la progettazione del riciclo. Naturalmente
è inutile sottolineare che nella poetica di Sabrina Ortolani non c’è
nessun invito all’ottimismo ma solo il desiderio concreto di
metterci in guardia da ogni tipo di fuga. L’arte non può salvarci,
ma la bellezza è il segnale più certo che siamo sulla strada
giusta. Il compito che Sabrina si è data è quello di cercare la
bellezza all’interno del mutamento dimostrando che esso non
comporta di necessità la sconfitta della forma.
Paolo
Balmas